martedì 18 maggio 2010

domenica 9 maggio 2010

La parola 'tossicodipendente' incentiva atteggiamenti stigmatizzanti, lo conferma uno studio fatto in USA


Una interessante ricerca condotta da due psichiatri del Massachusetts General Hospital di Boston, pubblicata sulla rivista International Journal of Drug Policy, rivela come la terminologia utilizzata in riferimento a persone con problemi di tossicodipendenza riesca ad influenzare l’atteggiamento, anche di medici professionisti. Ad esempio, riferirsi a un individuo come "tossicodipendente", invece di "persona con disturbo da uso di sostanze", evoca giudizi diversi sull’autoregolamentazione comportamentale (scelta o impulso incontrollabile), sulla colpevolezza, sulla minaccia sociale e sui provvedimenti da prendere di tipo legale o terapeutico.
L’indagine ha coinvolto circa 700 medici di salute mentale a cui è stato proposto un breve questionario con una vignetta che utilizzava una delle due terminologie, e una serie di affermazioni rispetto alle quali esprimere la propria opinione. Gli items indagavano come veniva percepito il problema tossicodipendenza e le cause, se il protagonista era percepito come una minaccia sociale in grado di controllare l’uso della sostanza, e se dovesse ricevere un intervento punitivo o terapeutico. I risultati rivelano che i soggetti assegnati alla vignetta con la persona “tossicodipendente” si mostravano d’accordo nel ritenere il personaggio responsabile della propria condizione e, quindi, favorevoli a prendere misure d’azione punitive nei loro confronti. Pertanto, anche tra i professionisti altamente qualificati, l'esposizione a questi due diversi termini comunemente usati può evocare giudizi diversi, e il termine comunemente usato "tossicodipendente" può perpetuare atteggiamenti stigmatizzanti.

Fonte: ADUC.IT E PUBMED.ORG

mercoledì 5 maggio 2010

Storie di proibizionismo, bimba brasiliana va alla materna con 83 dosi di crack nello zainetto

Ottantatre dosi di crack: e' quanto i maestri di un asilo hanno trovato nello zainetto di una bambina di 4 anni nella citta' brasiliana di Piracicaba, vicino a San Paolo. Lo ha reso noto la polizia, precisando che tutto e' stato scoperto quando la piccola ha mostrato ai suoi compagni di classe la droga spiegando che si trattava di ''farina'' che la madre aveva in casa. Subito dopo, hanno raccontato i media locali, nell'asilo si sono presentati per recuperare la droga due uomini che hanno minacciato i maestri e gli impiegati, chiedendo loro di non dire nulla alla polizia. La madre della bimba, una domestica di 22 anni, e' stata poco dopo arrestata e portata in un carcere femminile di Piracicaba, mentre della bambina si occupa la magistratura. Secondo le autorita' giudiziarie, la donna faceva parte di un gruppo di trafficanti che vendeva la droga nei quartieri piu' poveri della citta'.


Fonte: www.aduc.it

martedì 27 aprile 2010

ITALIA - COCAINA, QUANDO ERA IL PAPA A FARNE USO

Riportiamo questa risposta di Paolo Granzotto a un lettore sul quotidiano 'Il Giornale'.

La droga è sempre circolata... Ne parla perfino Omero nell’Odissea.
Ricorda? Il nepente di Elena, il fiore dei lotofagi, tutta roba da sballo. Però un conto è la circolazione fra pochi intimi, un conto è il consumo di massa. Fenomeno abbastanza recente specie se riferito alla cocaina, alcaloide che è entrato in scena nella seconda metà dell’Ottocento riscuotendo, dapprima come farmaco, in seguito come stupefacente, un alto e duraturo gradimento. La sa la storia del Papa che beveva vino alla coca? Ne diede notizia il quotidiano Le Rappel che nel maggio del 1903 pubblicò un vistoso annuncio a pagamento dominato dall’immagine al tratto di Leone XIII. Vi si leggeva: «Sua Santità accorda una medaglia d’oro - Avendo trovato nel Grand Tonique Vin Mariani la fonte di sempre nuove forze, l’Augusto e Venerato pontefice si è compiaciuto di renderlo noto al mondo intero accordando al “benefattore dell’umanità” signor Mariani una medaglia d’oro». Seguiva lo stralcio della lettera a firma del Segretario di Stato, cardinal Mariano Rampolla, che accompagnava l’onorificenza: «Sua Santità si compiace di incaricarmi di ringraziare nel suo Augusto Nome l’amabile signor Mariani e di testimoniargli in maniera sensibile la Sua gratitudine». Infine, la rèclame: «Vino Mariani con coca del Perù - il Grande Tonico per le donne nervose e gli uomini deboli. Non c’è l’eguale per anemie, fiacchezza, esaurimento nervoso e la debilitazione generale. Facilita la digestione, scaccia la fatica e stimola l’appetito».
Sappia dunque, caro Bastianini, che nel 1863 Angelo Mariani, un còrso a mezzo fra il chimico, il farmacista e l’enologo, pensò bene di addizionare dell’ottimo Bordeaux con l’estratto di foglie di coca creando quello che volle chiamare vin tonique. Fu un successone, il vino andava a ruba e le vendite aumentarono ancor più quando l’ideatore ebbe l’intuito di pubblicizzarlo facendo dei più illustri clienti i testimonial del prodotto. Il Papa della Rerum Novarum, come abbiamo visto, ma anche la Regina Vittoria o Emile Zola («Formulo i più vivi apprezzamenti per questo vino di giovinezza che riporta alla vita, conserva la forza a quanti l’hanno e la rende a quanti l’hanno perduta») o, ancora, la più esplicita Jane de la Vaudére, musa della Belle Epoque («Questo vino è cantare, volare, amare senza sosta; è aprire, nel paese dei sogni, una porta sull’infinito!»). Il tonico di Angelo Mariani ebbe, com’è naturale, molti imitatori: in Italia fu la Buton a produrre fino agli anni Venti del Novecento la «Coca Buton», il «liquore che fortifica», come si leggeva nella pubblicità dell’epoca, «il liquore degli intellettuali». Ma il più fortunato degli imitatori fu mister John Stith Pemberton di Atlanta, Georgia, che si mise a imbottigliare un «French Wine Coca» in tutto simile all’originale, ma che più tardi e per via del proibizionismo imposto dallo Stato georgiano, sostituito il vino con l’acqua, trasformò in un beveraggio dissetante e tonificante che chiamò Coca Cola.

FONTE: http://droghe.aduc.it/notizia/cocaina+quando+era+papa+farne+uso_117504.php